Città “fantasma”? No, siamo noi ora il fantasma – “Ghost” city? No, we are now the ghost (by Federica Cairoli)

Questa situazione di “isolamento” ed “interruzione”, mi porta a riflettere ed immaginare, pur immersa in un Reale invadente ma proficuo.

Come privi di alibi, maschere, Altro a cui dare colpe o di cui esaudire il desiderio…siamo “costretti” a rimanere soli, noi e il nostro fantasma, nel luogo che dovrebbe essere il più “familiare”, la nostra casa, le nostre città.

In questo momento non sono le nostre città il “fantasma” da attraversare, siamo noi.
Ritrovarsi con noi, forzatamente soli anche in compagnia, è questa la “grande fatica” da affrontare, non l’isolamento o la limitazione, ma la convivenza con noi in relazione all’Altro, senza una “giostra” che giri.

Un Altro spesso dimenticato, dato per scontato, amato, odiato, assente ma inserito in una giostra in perenne movimento. Ora ferma.
Soli quando si desidera non esserlo, con l’Altro quando si desidera essere soli. Tutto ciò a “giostra ferma”.

Immagino donne con compagni violenti che respiravano solo nei momenti di assenza, costrette a presenze ingombranti, sconosciute o fin troppo conosciute.

Immagino uomini che non sono mai scesi dalla giostra, che hanno dato tutto per salirci, ritrovarsi a casa come stranieri, trasparenti per figli e mogli che hanno imparato a non soffrire più per la loro assenza.

Immagino ragazzi e ragazze, con routine e adulti mal sopportati, rivalutare quella routine e quegli scambi così faticosi fra loro e il Mondo.

Immagino bambini che non sono mai riusciti a scendere dalla loro giostra e fermarsi, non comprendere perché tutto si debba fermare così e proprio ora.

Immagino genitori che vorrebbero risalire su quella giostra per alleggerirsi e poter anche delegare ogni tanto, senza che i morsi del senso di colpa si tramutino in nervosismo, proprio come quello dei loro bambini.

Immagino tanto altro, bello e brutto, come quando si rimane incantati a guardare le finestre illuminate di palazzi sconosciuti con dentro la vita.

Nonostante io immagini, in questi giorni prende il sopravvento il Reale, il fantasma.
Ed ecco che ritorno, per deformazione e formazione, a pensare che come il percorso di un’analisi può permettere un nuovo inizio , anche questa situazione ci “obbliga” e ci obbligherà ad un nuovo inizio.

L’analisi non promette e non illude su come sarà, semplicemente ci mostra che c’è.
Questo periodo non sappiamo cosa ci riserverà, ma sono certa che se avremo la pazienza e l’umiltà di affidarci (come in un’analisi), non ci sarà sottratto nulla.

Mi piace immaginare, e questo era chiaro, che questo sia un passaggio che ci preparerà a ciò che ci aspetta, per seguire, con più forza e determinazione di prima, il nostro Desiderio.

Mi piace immaginare che “gli angeli” che stanno lavorando (lavorare è un eufemismo) per salvarci rinnovando il loro giuramento ogni giorno nonostante la sofferenza, la disperazione, i lutti e le vittorie, avranno un nuovo inizio radioso, con i cuori talmente colmi di soddisfazione, che non conosceranno più fatiche.

This situation of “isolation” and “interruption”, leads me to reflect and imagine, even if immersed in a Real intrusive but profitable.

As devoid of alibis, masks, Other to blame or to be fulfilled desire… we are “forced” to be alone, us and our ghost, in the place that should be the most “familiar”, our home, our cities.

Right now our cities are not the “ghost” to cross, it’s us.

To be with us, forcibly alone even in company, this is the “great effort” to face, not isolation or limitation, but coexistence with us in relation to the Other, without a “joy” that turns.

Another often forgotten, taken for granted, loved, hated, absent but inserted into a carousel in perpetual movement. Now stop.
Alone when you don’t want to be, with the Other when you want to be alone. All this at “firm ride.”

I imagine women with violent companions breathing only in moments of absence, forced into cumbersome presences, unknown or all too well known.

I imagine men who never got off the merry-go-round, who gave everything to climb, to find themselves at home as strangers, transparent for children and wives who have learned not to suffer anymore for their absence.

I imagine boys and girls, with routines and poorly endured adults, re-evaluating that routine and those so tiring exchanges between them and the World.

I imagine children who have never managed to get off their carousel and stop, not understand why everything has to stop like this and right now.

I imagine parents who would like to go back to that merry-go-round to lighten up and even delegate occasionally, without the bites of guilt turning into nervousness, just like that of their children.

I imagine so much more, beautiful and ugly, as when you are enchanted to look at the illuminated windows of unknown buildings with life inside.
Although I imagine, these days the Royal, the ghost, takes over.

And here I return, by deformation and formation, to think that as the path of an analysis can allow a new beginning , this situation also “forces” us and will force us to a new beginning.

The analysis does not promise and does not delude us about how it will be, it simply shows us that there is.

This period we do not know what will be in reserve, but I am sure that if we have the patience and humility to rely on ourselves (as in an analysis), nothing will be taken away from us.

I like to imagine, and this was clear, that this is a step that will prepare us for what lies ahead, to follow, with more strength and determination than before, our Desire.

I like to imagine that “angels” who are working (working is an understatement) to save us by renewing their oath every day despite suffering, despair, bereavement and victories, will have a new radiant beginning, with hearts so full of satisfaction, that they will no longer know fatigues.

Dietro… “quel poco che…” un viaggio di sensazioni! – Behind it… “that little bit that…” a journey of sensations!

Samuela inizia a scrivere da ragazzina, gia riversando le sue impressioni nel famoso diario segreto, tipico di un’età non multimediale. Il suo primo libro verso i 17 anni, “Vuoto fino all’orlo”, un’opera dove descrive accuratamente le sensazioni degli adolescenti quando si sentono imprigionati in un sistema che probabilmente non riescono a comprendere nemmeno loro, anch’esso tipico di quella dimensione auxologica.

Un libro di scelte, di esperienze che conducono ad una scelta, magari come spesso accade, complice la mancanza di esperienza dove le stesse scelte diventano azzardate, fuori luogo e spesso in contrasto con i genitori.

Nel suo secondo libro “Quel poco che basta”, Samuela gioca sempre con il contrario dei detti comuni, focalizzando il contenuto raccontato ancora sulle scelte e sulla ricerca del nostro posto del mondo, della crescita personale, quella crescita che specie nei giovani nasce da una fuga indirizzata verso un’auto-realizzazione.

Voci di questi sentimenti, nell’ultimo libro, li ritroviamo negli stessi protagonisti, in Sebastiano e Nada, due giovani che si lanciano in un progetto di vita sballato inciampando spesso nel destino.

Le loro vicende personali, le loro scelte, in apparenza leggere, e i loro fragili sentimenti di giovani innamorati si rivelano strettamente intrecciati, loro malgrado, alla Storia con la s maiuscola, quella dell’Undici Settembre che ha cambiato il volto del mondo e che contribuisce, in questa narrazione dall’impostazione teatrale, a mettere un prematuro punto al programma semirivoluzionario di due esistenze insoddisfacenti.

Un libro quasi profetico (oggi) dove Samuela descrive personalmente quel tumulto di emozioni e pensieri provato nei giorni in cui un altro tumulto scuoteva il mondo con il crollo delle Torri Gemelle, l’attacco all’Occidente con le sue paure globali.

Pensieri molto simili all’attuale storia mondiale dove il male non è manifestato da un attacco terroristico, ma da un nemico invisibile, lo stesso nemico che Samuela da Medico Anestesista si trova ad affrontare in prima linea oggi: il Covid-19!

Ho riflettuto molto nell’intervista con Samuela, paure, ansie e dubbi spesso scoperti con le esperienze della vita. Una similitudine mi ha fatto maggiormente pensare proprio per via di alcune sue passioni come la conoscenza del vino e la sua professione da anestesista. Due realtà apparentemente distanti ma dense di un sapore comune… le sensazioni.

Bere per ubriacarsi porta inevitabilmente ad un rallentamento dei riflessi, del percepito, il nostro cervello entra in uno stato diverso dalla razionalità quotidiana, dalla lucidità che dovrebbe caratterizzarci nel percepire invece il sapore, il gusto e l’armonia di un prodotto naturale: il vino. Sensazioni spesso ritrovate prima di un intervento chirurgico con lo stato indotto dai farmaci che garantiscono un’anestesia.

Entriamo in uno stato soporifero ma vigile, una sorta di anestesia cosciente, il momento, i tratti che precedono un intervento chirurgico o che alleggeriscono le sensazioni di un gusto, mai come oggi vorremmo tutti entrare in questo loop mentale per sfuggire ad una realtà che probabilmente ci inquieta terrore, facendoci perdere quei punti di riferimento razionali ed aumentando l’impulsività giovanile nell’effettuare delle scelte: il sunto della sua tesi.

Foto Samuela Pierucci 1

Intrecci Cop Pierucci1 okStampa

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L’AUTRICE

SAMUELA PIERUCCI, originaria di un piccolo paese toscano, vive oggi a Sesto Fiorentino, e lavora come anestesista all’ospedale Careggi. “Tutto è collegato” – dalle microstorie alla macrostoria – è il credo all’origine di Quel poco che basta, il suo secondo romanzo. Con Intrecci ha già pubblicato Vuoto fino all’orlo.

 CASA EDITRICE

Siamo nati nel 2015, grazie alla volontà di Lucia Pasquini e alla sua passione per l’editoria e la letteratura. Il nostro team è composto da persone con esperienza decennale in questo settore. Proprio la nostra esperienza e il confronto con altre realtà editoriali ci ha portato ad elaborare un nuovo progetto, analizzando ciò che nel mondo editoriale non ci piaceva proprio. Da lì siamo partiti.

Siamo un editore con idee nuove ma soprattutto con la voglia di ascoltare ciò che gli autori e in particolare i lettori hanno da dirci, perché ascoltandoli e coinvolgendoli potremo riuscire a cogliere tutta la forza che un libro può sprigionare.

Altre info sull’autrice:

https://www.facebook.com/samuela.pierucci

Un ringraziamento particolare all’Addetta Stampa Dott. ssa Francesca Ghezzani di cui al sito:

http://www.francescaghezzani.it

Samuela began writing as a young girl, already pouring her impressions into the famous secret diary, typical of a non-media age. His first book at the age of 17, “Empty to the Edge”, a work where he accurately describes the feelings of adolescents when they feel trapped in a system that they probably can’t understand even, also typical of that auxological dimension.

A book of choices, experiences that lead to a choice, perhaps as often happens, thanks to the lack of experience where the same choices become risky, out of place and often at odds with parents.

In his second book”” “What Little Enough”, Samuela always plays with the opposite of the common sayings, focusing the content told again on the choices and the search for our place in the world, personal growth, that growth that especially in young people it arises from an escape directed towards self-realization.

Voices of these feelings, in the last book, we find them in the same protagonists, in Sebastiano and Nada, two young people who embark on a project of life busted often stumbling into destiny.

Their personal affairs, their choices, apparently light, and their fragile feelings of young lovers are closely intertwined, in spite of themselves, to History with the capital s, that of September 11th that changed the face of the world and that it contributes, in this theatrical narrative, to put a premature point to the semi-revolutionary program of two unsatisfactory existences.

An almost prophetic book (today) in which Samuela personally describes that tumult of emotions and thoughts felt in the days when another uproar shook the world with the collapse of the Twin Towers, the attack on the West with its global fears.
Thoughts very similar to the current world history where evil is not manifested by a terrorist attack, but by an invisible enemy, the same enemy that Samuela as Anesthesiologist Doctor is facing on the front line today: the Covid-19!

I reflected a lot in the interview with Samuela, fears, anxieties and doubts often discovered with the experiences of life. A similarity made me think more precisely because of some of his passions such as the knowledge of wine and his profession as an anesthesiologist. Two seemingly distant realities but dense with a common flavor… sensations.

Drinking to get drunk inevitably leads to a slowdown of reflexes, of perceived, our brain enters a state different from daily rationality, from the lucidity that should characterize us in perceiving instead the taste, taste and harmony of a natural product: wine. Feelings often found before surgery with the drug-induced state that guarantee an anesthesia.

We enter a soporific but alert state, a kind of conscious anesthesia, the moment, the traits that precede surgery or that lighten the sensations of a taste, never as today we would all like to enter this mental loop to escape a reality that probably worries us terror, making us lose those rational reference points and increasing the youthful impulsiveness in making choices: the summary of his thesis.

THE AUTHOR

SAMUELA PIERUCCI, originally from a small Tuscan town, now lives in Sesto Fiorentino, and works as an anesthesiologist at careggi hospital. “Everything is connected” – from microstories to macrostory – is the creed at the origin of What Little Enough, his second novel. With Intrecci has already published Void to the brink.
PUBLISHING HOUSE

We were born in 2015, thanks to the will of Lucia Pasquini and her passion for publishing and literature. Our team is made up of people with decades of experience in this area. Our experience and comparison with other publishing realities led us to develop a new project, analyzing what we really did not like in the publishing world. That’s where we started.

We are a publisher with new ideas but above all with the desire to listen to what the authors and in particular the readers have to say, because by listening to them and involving them we will be able to grasp all the strength that a book can unleash.

More about the author:
https://www.facebook.com/samuela.pierucci

A special thanks to the Press Officer Dr. Francesca Ghezzani referred to the website:
http://www.francescaghezzani.it

 

Contributo dello Psicoterapeuta Dott. Davide Pagnoncelli

Davide-Pagnoncelli

karatebloginternational diffonde due utili contributi del Dott. Davide Pagnoncelli membro ANIOMRID Lombardia Provincia di Bergamo.

Nel contesto della nostra rete, approfittiamo del momento vissuto di forte criticità per qualche spazio alle letture.

Nei link sottostanti il contributo di un uomo già da noi intervistato per il suo libro e di cui oggi anche membro di ANIOMRID per la provincia di Bergamo.

http://www.familymagazine.it/notizia/orfani-del-noi-perche-dobbiamo-ritrovare-un-sentimento-sociale

https://www.notizienazionali.it/notizie/salute-e-alimentazione/24459/tecnologici-ma-dipendenti-ce-lo-spiega-lo-psicologo-e-psicoterapeuta-dott-davide-pagnoncelli

è possibile approfondire ulteriori notizie del dott. Pagnoncelli sulla sua pagina Facebook personale:

https://www.facebook.com/davide.pagnoncelli.140

Grazie alla Dott. ssa Francesca Ghezzani owner iniziale di questa conoscenza

http://www.francescaghezzani.it

 

 

Una donna con due ombre. Intervista a Rita Guardascione

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Rita Guardascione nasce a Monte di Procida, in provincia di Napoli, nel 1964. Diplomata, insegna prima nella scuola elementare, poi si dedica al commercio. Ama il teatro e le favole, rappresentando la sua passione con la pièce Una condizione assolutamente privata (teatro Leopardi 1994) (Castello aragonese di Baia1996) (Benevento città spettacolo rassegna 1997).

Pubblica Il lago rapito (Homoscrivens, 2003), la filastrocca La particella Universale (2005) e nel 2006 vince il concorso internazionale “Una poesia per l’Alzheimer” con il racconto L’assenza. Nel 2017 pubblica il romanzo Donna con due ombre edito da Homoscrivens, oggetto della nostra intervista.

Una trama coinvolgente suggerita in parte dal titolo del libro. Una donna con una doppia vita ma caratterizzata dalla stessa personalità mai inquinata o condizionata nel suo agire quotidiano. Un percorso narrativo dicotomico della protagonista compone l’ossatura del romanzo sin dall’inizio costituendo la centralità stessa dell’opera, caratteristiche della personalità di una donna rendendole componenti principali della sua stessa esistenza, plasmando il suo stesso essere tra il desiderio di diventare un’eccellente Psicoanalista ed una determinata killer, spinta negli atti illegali da nobili motivazioni e sempre con assoluta fermezza nonché lucidità di azione.

Sebbene l’opera di Rita è ovviamente il frutto della sua inventiva fantasiosa, l’autrice ci tiene ad evidenziare quanto si sia documentata con rigore scientifico da specialisti del settore che hanno contribuito nel supportare il delineamento del profilo psicologico della protagonista. Un racconto strutturato in uno scenario composto da luoghi tutti reali, conosciuti e vissuti.

Dettagliati pensieri tesi ad elogiare una terra amata che tuttavia nel corso degli anni è stata abusata e macchiata da azioni di forte impatto sociale nell’ottica della delinquenza, dell’incuria e dell’abbandono. Una terra, come sostiene lei stessa, che grazie alle nuove generazioni ora, sta via via cambiando aspetto, con un’ottimistica direzione di rinascita socio culturale ed ambientale. Una terra che lei ama profondamente e non si ritrae nell’ esaltare, enfatizzando, la sua bellezza!

Ulteriori info sull’autrice:

https://www.facebook.com/GuardascioneRita/

Un ringraziamento particolare all’Addetta Stampa Dott. ssa Francesca Ghezzani di cui al sito:

http://www.francescaghezzani.it

 

 

“Cambia la comunicazione ma la domanda è sempre la stessa…” (di Federica Cairoli) – The communication changes, but the question is always the same…” (by Federica Cairoli)

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Si, la comunicazione è cambiata, i Social hanno cambiato il modo in cui ci relazioniamo.
No, non è l’ennesimo artico su “si stava meglio quando si stava peggio”, “una volta sì che i giovani sapevano come comunicare, oggi tutti con questi cellulari in mano e neanche si guardano negli occhi…”.

No, non amo le analisi sociali superficiali e generalizzanti.

Con un messaggio whatsapp si può scrivere un vissuto che può essere poesia per chi lo legge, chi è lontano può ascoltare la voce di una persona che ama grazie ad un “vocale”.
Certo, si può anche trasmettere odio con un messaggio, ma questo si è sempre fatto, anche scrivendo sui muri o mandando una lettera.

Quando andavo al Liceo (Artistico), qualche decina d’anni fa, si cambiava aula ogni materia, era usuale scrivere sui banchi, disegnare, creazioni artistiche ma anche epiteti. Amavo un ragazzo di un’altra sezione, sapevo che l’ora successiva sarebbe entrato nella mia aula, scrivevo sui banchi messaggi d’amore, (firmandomi masochisticamente) regolarmente le risposte ai miei messaggi erano una raffica d’insulti. Ed io piangevo ma continuavo imperterrita ad esternare il mio amore.

Non vi rivelerò se le mie ostinate esternazioni diedero dei frutti.

I banchi erano lo schermo del cellulare. Stessa cosa, solo più tangibile e meno virtuale.

Le canzoni le dedicavamo dalla radio anziché inviare un link.

Ma si amava, odiava, ci si arrabbiava esattamente come oggi.

Qualcosa di differente forse c’è però, e lo dico da persona che ha vissuto l’adolescenza e giovinezza pre-social, e l’età “adulta” Social.

Sempre parlando di whatsapp, ma pensando anche a facebook, ( purtroppo non sono affatto pratica di altri social network e sono rimasta un po’ quella che scrive sul banco) sono nate modalità e processi mentali che probabilmente si manifestavano in altro modo, ma non riesco ad individuare quale.

Come facevamo a “bloccare” una persona (come si “usa” fare su whatsapp) per rendere evidente ed immediato il fatto di voler chiudere una relazione? Di qualunque fosse la natura della relazione e indipendentemente dalla convinzione reale di voler “chiudere”.
Come facevamo a mettere sullo “stato” frasi per colpire o ferire una persona in particolare (che oggi legge tutta la rubrica, compreso il fruttivendolo che ci porta la frutta a domicilio ed il Medico di base)?

O a mettere foto dove siamo tutti bellissimi ed in forma, anche se poco realistiche.
Come facevamo a cambiare la foto profilo mettendo quella con il nuovo fidanzato in modo che l’ex vedesse che ci eravamo già consolati?

Come facevamo a “postare” un’idea, un messaggio, con la convinzione che tutti siano interessati a ciò che pensiamo, magari influenzati dallo stato d’animo del momento e senza avere il tempo di riflettere, dichiarando pubblicamente amori eterni, o grandi conflitti, che forse non lo sono affatto?

Come facevamo a far sapere all’amica invidiosa che eravamo alle Maldive e ci stavamo divertendo un casino? Si, mandavamo la cartolina che arrivava dopo un mese, quando avevamo già fatto pace con l’amica o l’avevamo persa definitivamente. ( e non la si poteva sbloccare o ricontattare su facebook).

Forse la vera differenza è il tempo. I mezzi di una volta non ci permettevano di esternare le nostre emozioni ed i nostri vissuti in tempo “reale”, dovevamo attendere, aspettare.
I meme erano le barzellette sulla Settimana Enigmstica di mia nonna.

Ma con ciò non voglio passare il messaggio che era meglio prima., non sono ancora così vecchia per farlo e probabilmente neanche da anziana lo farò perché non mi appartiene.
Forse non sono nati amori che oggi sarebbero nati grazie ad un messaggio su whatsapp. Forse aiuta l’ autostima avere consensi per una nostra bella foto.

Forse esternare a caldo le emozioni ci rende più immediati ed istintivi.

Forse ci aiuta e c’è un fondo di verità che “bloccando” una relazione in modo “evidente” si elaborerà più in fretta la sofferenza di una fine.

L’importante è essere pronti ad affrontare il rovescio della medaglia, il dissenso, la critica (non sempre costruttiva), le banalità, le volgarità, i luoghi comuni, tutti sentimenti che appartengono all’essere umano da sempre.

Cambiano i processi mentali, l’utilizzo dell’immagine, l’importanza del gruppo, le modalità di comunicazione, ma i SENTIMENTI, le EMOZIONI belle e brutte che siano, ci appartengono da sempre e, per fortuna, non cambiano e non cambieranno.

In tutti noi c’è un po’ di “coloro che scrivono sul banco”, anche nelle generazioni più recenti.

Non sarà un banco ma un tatuaggio o un segno sulla pelle, un graffito su un muro, un messaggio da uno schermo, sempre e da sempre alla ricerca di chi ci risponda, e sarà, come sempre e da sempre il senso, il garbo ed il contenuto della risposta a fare la differenza, non la modalità né la domanda, che è sempre una: domanda d’amore.

Yes, communication has changed, social media has changed the way we relate.
No, it is not yet another Arctic on “it was better when it was worse”, “once young people knew how to communicate, today everyone with these cell phones in hand and not even look into the eyes…”.

No, I don’t like superficial and generalizing social analysis.
With a whatsapp message you can write a life that can be poetry for those who read it, those who are far away can hear the voice of a person who loves thanks to a “voice”.
Of course, you can also convey hate with a message, but this has always been done, even writing on walls or sending a letter.

When I went to the High School (Artistic), a few decades ago, we changed every subject, it was usual to write on desks, draw, artistic creations but also epithets. I loved a guy from another section, I knew that the next hour he would come into my classroom, I would write messages of love on the desks, (signing me masochistically) regularly the responses to my messages were a barrage of insults. And I was crying but I kept undaunted to express my love.

I will not tell you if my stubborn remarks paid off.

The desks were the cell phone screen. Same thing, only more tangible and less virtual.

We dedicated the songs to the radio instead of sending a link.

But he loved himself, he hated, he got angry just like he is today.

Something different maybe there though, and I say this as a person who lived through pre-social adolescence and youth, and “adult” social.

Always talking about whatsapp, but also thinking about facebook, (unfortunately I’m not at all practical of other social networks and I’m a bit the one who writes on the counter) were born modalities and mental processes that probably manifested themselves in other way, but I can not identify which one.

How did we “block” a person (how do you “use” it on whatsapp) to make it obvious and immediate that you want to close a relationship? Whatever the nature of the relationship and regardless of the real belief that you want to “close”.

How did we put on the “state” phrases to hit or hurt a particular person (who today reads the entire address book, including the greengrocer who brings us the fruit home and the GP)?

Or to put photos where we are all beautiful and fit, even if unrealistic.

How did we change the profile picture by putting the one with the new boyfriend so that the ex would see that we had already consoled each other?

How did we “post” an idea, a message, with the belief that everyone is interested in what we think, perhaps influenced by the mood of the moment and without having time to reflect, publicly declaring eternal loves, or great conflicts, that maybe they’re not at all?
How did we let our envious friend know we were in the Maldives and we were having a blast? yes, we sent the postcard that came after a month, when we had already made peace with the friend or lost it for good. (and you couldn’t unlock it or contact it on facebook).

Maybe the real difference is time. The means of the past did not allow us to externally express our emotions and our experiences in “real” time, we had to wait, wait.
The memes were the jokes about my grandmother’s Riddle Week.

But with that I don’t want to pass the message that it was better before., I’m not that old yet to do it and probably not even as an old woman I will because it doesn’t belong to me.
Perhaps no loves were born that today would have been born thanks to a message on whatsapp. Maybe it helps the self-esteem to have acclaim for our beautiful photo.

Maybe expressing emotions warmly makes us more immediate and instinctive.

Perhaps it helps us and there is a bottom of truth that “blocking” a relationship in an “obvious” way will process more quickly the suffering of an end.

The important thing is to be ready to face the downside, dissent, criticism (not always constructive), banality, vulgarities, clichés, all feelings that belong to the human being forever.

The mental processes, the use of the image, the importance of the group, the ways of communication change, but the SENTIMENTI, the good and ugly EMOTIONs that are, have always belonged to us and, fortunately, do not change and will not change.
In all of us there is a bit of “those who write on the bench”, even in the most recent generations.

It will not be a bench but a tattoo or a mark on the skin, a graffiti on a wall, a message from a screen, always and always looking for who answers us, and it will be, as always and always the meaning, the grace and the content of the answer to make the difference , not the mode nor the question, which is always a question of love.

L’enigma vitale di Davide Buzzi. Un cruciverba di qualitativa bellezza narrativa

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Raccontare Davide non è per nulla facile. Un ostacolo brillante, piacevole che nel mio percorso di vita è stato capace di farmi riflettere, azzerare il tutto e superarlo assorbendo le sue caratteristiche. Nel parlare con lui, mi è venuto in mente un videogioco anni ’80, si chiamava Snake! Un serpentello costretto a strisciare sempre più velocemente in un labirinto, mentre ad ogni pallina di cibo ingerita si allungava sempre di più, compromettendo i movimenti e rischiando di mordersi la coda nelle insidie strutturali del dedalo stesso…

Davide è un pezzo di vita che mi mancava, una forza pura, giunta da “oltre confine”, offerta semplicemente e solarmente per raccontare se stesso nelle opere discografiche e letterarie che produce.

Cantautore svizzero, musicista, lontano parente di Fiorenzo Magni, storico campione del ciclismo internazionale. Fotografo già dagli anni ’90  con un’esperienza nel  Corpo delle guardie di Confine (la nostra Guardia di Finanza) una similitudine giuridica italiana con la Polizia Giudiziaria.

Il suo spirito libero e per certi versi ribelle, lo accompagna nel ’98 nel settore assicurativo per poi approdare al marketing, ma la sua vera indole è l’arte per la musica e la composizione dei testi. Grazie a queste qualità, vola per tutta Europa incidendo dischi.

Svizzero di nascita con qualche radice italiana, vive in una valle adiacente a Bellinzona, forse la stessa che lo ha ispirato rendendolo così sensibile ed intelligente nei suoi contenuti, nei suoi progetti.

La passione per la scrittura lo conduce successivamente a fare il giornalista, la spinta per la scrittura, la forte esigenza di voler dire qualcosa al mondo, generata da fatti strettamente personali lo proietta nel mondo della vera conoscenza con se stessi.

Continua a scrivere anche in un periodo tormentato della sua vita, dapprima con qualche problema familiare di natura affettiva e successivamente con la conoscenza della malattia, del dolore e di tutte le terapie messe in atto nel tempo, per la risoluzione della stessa.

Nei suoi scritti spreme con forza il suo tormento privato, interiore, consentendo di sbriciolare tutte le negatività ed infatti l’aura positiva che lo illumina è riuscita a colpire anche il sottoscritto durante l’intervista.

Mi ha fornito talmente tanto materiale morale e di profondi contenuti mediatici che gli spunti di riflessione e la nuova linfa vitale per le motivazioni che accompagnano il mio agire quotidiano, si sono resi subito fruibili.

Non solo l’approccio da uomo positivo con le vicissitudini forti e sconvolgenti della vita, ha consentito a Davide di esternare in modo coinvolgente le sue opere (libri, dischi, pensieri incisi in essi) ma in parallelo ha ricevuto un altro canale di supporto manifestato da una conoscenza quasi per caso con l’Avvocato Giovanni Martinez, difensore di Bernardo Provenzano. Forse un regalo ricevuto dall’alto per premiare le sue progettualità!

Grazie a questa conoscenza avvenuta, come spesso accade nei bei progetti, per caso, riceve un forte stimolo nell’inquadrare il suo libro, nel dargli forma e contenuti, confezionando il tutto con quello che in ambito giornalistico/editoriale viene definito Spoof.

Un incontro casuale durante il festival di Sanremo a cui era stato invitato come giornalista. Nel suo cammino, conosce l’Avv. Giovanni Martines già difensore di Bernardo Provenzano nel processo per l’omicidio del giornalista Mario Francese.

In quell’occasione i due si parlano, emerge la bellezza di una storia da raccontare tra l’impulso narrativo di Davide ed i consigli tecnici giuridici di Giovanni. Prende corpo l’inizio del libro ed una sorta di format immaginario offerto da Giovanni, nel favorire Davide alla composizione strutturale della sua opera tanto da renderla vera nella sua falsità e provocatoriamente falsa nella sua verità dove pure le fonti, oggettivamente attendibili, rimangono intrise del mistero dovuto alla ricerca.

Davide mi racconta il suo libro, un libro che già dalla prima di copertina lascia spiazzato il neofita lettore… “Antonio Scalonesi, si inizia a leggere, poi il titolo, poi la firma dell’autore”. Per i pochi attenti, attimi di dubbio nell’incomprensione tra il chi scrive e il chi è l’autore e qui, nasce la prima originale veste del racconto: una biografia di un personaggio inesistente che utilizza l’autore per confidare la sua storia…

Davide ci tiene molto nel coinvolgere i lettori in un percorso di sviluppo meditativo verso la ricerca del nero più profondo delle anime che caratterizzano spesso ognuno di noi.

Un interrogativo perenne dell’essere umano nel vedere quello spartiacque personale tirato da una cordicella sui modi e comportamenti che adottiamo nel corso della nostra esistenza. Sempre leciti? Sempre giusti? Rabbia? Rancori? Gestione del dolore, dello stress, adeguamento al vivere comune? Conformismo standardizzato?

Davide con questo testo effettua una ricerca psicopedagogica forte e abissale dell’essere umano ipoteticamente capace di uccidere, di sfogare i suoi istinti in qualsiasi periodo temporale dell’esistenza, ritornando come in questo caso ad assumere una posizione neutra e normale rispetto alla comunità, tanto da risultare difficilmente indagabile.

Un viaggio fantastico quello di Antonio Scalonesi, attuale, democratico, imprevedibile, un viaggio che fa zampillare problematiche già in essere nella nostra società e a tal proposito Davide, mi invita nel riflettere sul fenomeno del Bullismo e del Cyberbullismo, sulle vittime che queste “piattaforme insane” mietono ogni anno.

Sulle ripercussioni ipotetiche che potrebbero gravare nel comportamento di chi le ha vissute, modificando gli stessi nell’aspetto criminale programmando… nuovi Antonio Scalonesi.

Mi congedo da Davide con la promessa di vederci, trovarci magari insieme alla sua Addetta Stampa la Dott. ssa Francesca Ghezzani che come al solito ci foraggia di personaggi fantastici con i quali approfondire la vita e non solo la loro arte.

Di seguito alcune note dell’Autore

Davide Buzzi nasce il 31 dicembre 1968 ad Acquarossa (Svizzera). Cantautore e autore, inizia la sua carriera artistica nel 1982 accanto a Giampiero Albertini e Franco Diogene nel film in “L’oro nel camino”. Nel 1993 pubblica il suo primo cd, “Da grande”, cui seguiranno “Il Diavolo Rosso: Romaneschi” (1998), “Perdo pezzi” (2006), “Non ascoltare in caso d’incendio” (2017) e, nei prossimi mesi, “Radiazioni sonore artificiali non coerenti”.

Nel 2013 pubblica il suo primo libro di racconti dal titolo “Il mio nome è Leponte… Johnny Leponte” e nel 2017 il racconto breve “La Multa”.

Negli anni ottiene importanti riconoscimenti internazionali quali la “Targa Città di Milano” (1997), il “Premio Città San Bonifacio” a Verona (2000) e il “Premio Myrta Gabardi” a Sanremo (2002).

Nel 2012 ottiene due nomination agli ISMA Award di Milwakee (USA) per la canzone “The She Wolf”.

Nel 2013 ottiene una nomination i NAMMY Award di Niagara Falls (USA) per la canzone “The She Wolf”.

Fotografo di formazione, è attivo anche nel campo del giornalismo come membro di redazione del mensile “Voce di Blenio” e, da diversi anni, come inviato speciale di Radio Fiume Ticino al Festival di Sanremo.

La casa editrice

96, Rue de-La-Fontaine Edizioni è una casa editrice che si inserisce nel complesso panorama editoriale italiano con coraggio e decisione. Valuta opere letterarie che rientrino nell’ottica di un lavoro di qualità sia dal punto di vista dei contenuti, che della forma, senza chiedere la tassa di lettura.

Effettua, una volta stipulato il contratto di edizione, la correzione bozze, la realizzazione dell’impaginato e della copertina. Investe sull’opera, crede in un progetto e lo porta avanti soltanto se, insieme all’aspetto qualitativo del testo, sente esserci collaborazione e fiducia da parte dell’autore. Pubblicare un libro non è come andare dal tipografo, pagare e ritirare il libro stampato. Pubblicare un libro è un processo lungo e ricco di difficoltà che richiede grandi competenze da parte dell’editore e dello staff della casa editrice, e una relazione di qualità tra l’autore e l’editore.

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